Intervista
per BraviAutori.Com
A
cura di Miriam Mastrovito
Il
nostro viaggio alla scoperta degli autori emergenti prosegue. Oggi vi
presento Giordano Criscuolo, ex giornalista, giovane scrittore, silente
cantautore.
La sua penna un plettro che fa vibrare le corde dell'anima.
Cominciamo
con una domanda di rito. Come e quando nasce la tua passione per la
scrittura?
A 6 anni mi capitò tra le mani un fumetto bellissimo che ancora
conservo gelosamente: L’Inferno di Topolino. Si trattava di una
parodia Disney sceneggiata magistralmente da Guido Martina,
verseggiatore di terzine dantesche a dir poco fantastiche. Ovviamente
ero un bambino ma mi divertiva l’idea di diventare uno di quei poeti
con tanto di corona d’alloro. Leggevo in continuazione le prime tre
righe della Divina Commedia e, pur non cogliendone del tutto il senso,
rimanevo quotidianamente affascinato da quelle parole. Non scrissi mai
una poesia perché non ne ero capace ma, un pomeriggio, disegnai un
piccolo fumetto con protagonista Paperino.
Qualche anno dopo, in quarta elementare, il maestro ci iniziò alla
lettura, anzi, all’ascolto visto che li leggeva lui, dei meravigliosi
libri per l’infanzia: Senza Famiglia, Robinson Crusoe, Il Giro del
Mondo in 80 Giorni. Furono mattine fantastiche quelle, piene di
avventure straordinarie e sogni incantevoli. Oggi ancora rileggo questi
romanzi perché, oltre ad essere estremamente belli, devo a loro (e al
mio maestro) questa forte passione.
Dalla
tua biografia apprendiamo che per un certo periodo hai praticato
giornalismo, poi hai smesso perché disgustato da questa realtà. Vuoi
raccontarci meglio cosa ti ha lasciato questa esperienza e cosa ha
determinato la tua delusione?
Quello del giornalismo è un mondo cinico fatto di miserie umane e
soprusi disumani. Alla fine ho capito che il giornalista è colui che,
trovandosi sul luogo di un incidente e vedendo per terra un solo ferito,
sarebbe capace di ucciderlo pur di fare lo scoop. È inutile aggiungere
altro, Gaber ha già detto tutto (C’è un’aria). A me non resta che
pensare a quella esperienza come una esecrabile perdita di tempo. Io
voglio regalare piccoli sogni, briciole di emozioni o anche semplici
attimi di quiete. È possibile fare questo solamente con l’arte.
Come
su un solco di Morrison Hotel è un’opera dalla struttura particolare.
Da un certo punto di vista, potremmo definirlo un “romanzo
epistolare” moderno. Il protagonista, Cristiano, infatti, si racconta
attraverso un blog di myspace e una serie di e-mail indirizzate
all’amico Giovanni. Dal tuo punto di vista, come e in che misura
internet ha cambiato il modo di comunicare dei giovani?
Internet è stata per davvero una rivoluzione. Da bambini ci dicevano
che un giorno avremmo potuto parlare con i nostri “cugini” americani
tramite un computer. Era fantascienza. Attraverso un computer… Ora
siamo nella fantascienza ed è spettacolare. Bisogna ancora stupirsi di
internet così come non bisognerebbe mai abituarsi del tutto alle
meraviglie del mondo. Solo in questo modo potremo sfruttarne fino in
fondo quelle sue potenzialità che dirle enormi è dire poco.
Un’artista di dieci anni fa non aveva i vantaggi di un’artista di
oggi. Se allora con la mia band avessimo inciso un disco, venendo da un
piccolo paese di una piccola nazione, ci saremmo dovuti accontentare di
venderne 30-40 copie agli amici. Oggi è diverso: ognuno di noi può
arrivare ovunque. E a pensarci bene, con in testa i ricordi di ieri,
questa cosa è davvero emozionante…
Cristiano
affida il suo dolore e le sue incertezze al web. I suoi messaggi, però,
non ottengono mai risposta. Questa scelta narrativa riflette un certo
pessimismo dell’autore? Pensi che la comunicazione attraverso la rete
sia destinata a risolversi in uno sfogo virtuale? A conti fatti,
internet avvicina le persone o alimenta la solitudine?
Il pessimismo è la forma più esecrabile dell’egoismo. La filosofia
del “così deve andare” o “domani andrà anche peggio” non mi
appartiene, è una resa comoda e, in certo senso, anche un po’
vigliacca. Forse non c’è rimedio a tutto ma se smettiamo di lottare
perché le cose migliorino siamo veramente finiti.
La risposta alle mail di Cristiano è l’ascolto che Giovanni, con la
sua amicizia pura e disinteressata, gli offre. Quando si ha un amico al
quale raccontare le proprie gioie e i propri dolori, anche se questo
avviene attraverso la rete, si ha un bene da non sottovalutare.
Tra
i vari temi trattati nel romanzo c’è quello della tossicodipendenza.
A pag. 20 Cristiano dichiara: “Io, da qualche tempo, amo profondamente
la lucidità. E’ una scoperta rivoluzionaria che ti cambia la vita. O
semplicemente te la da”.
Quanto ti riconosci nel pensiero affidato al tuo protagonista? Secondo
te, una simile affermazione, per i giovani d’oggi, può suonare più
come un messaggio controcorrente o come un messaggio condivisibile?
Il mio è un messaggio universale e, soprattutto, è Rock. Oggi il
musicista che si droga non è più il rocker maledetto e affascinante di
un tempo, è semplicemente un’idiota. Nei miei romanzi, che alcuni
superficialmente giudicano “troppo pieni di alcool e droghe”, la mia
posizione è chiarissima: i protagonisti principali sono circondati da
erba e siringhe ma non hanno mai fatto un tiro a una canna. Quando si
lanciano dei messaggi bisogna valutarne le conseguenze e per me, oggi,
non esistono né droghe leggere, né droghe pesanti. Esiste solamente
un’unica droga che è quella che poi va ad alimentare quotidianamente
quel sistema mafioso e camorrista che in passato ha ucciso persone come
Peppino Impastato, Falcone e Borsellino. Essere drogati oggi significa
prima di tutto far parte di questo sistema. Ma ci si può ribellare…
Il
ricordo degli anni ’90 affiora tra le pagine di questo libro con un
pizzico di nostalgia. Anche nel tuo romanzo precedente, Le parole che
non scrivo, ci racconti di questo decennio e della sua generazione, in
parte riscattandola dal pregiudizio che la definisce “generazioneX”,
priva di una vera identità. Cosa rappresentano per te gli anni ’90?
Da cosa nasce il desiderio di raccontarli e di immortalarli nella
letteratura?
Sono gli anni che mi hanno forgiato e di cui sono maledettamente
orgoglioso. Allora c’erano i Nirvana che, secondo me, hanno reso gli
anni 90 degni di esser vissuti. C’era il Grunge, c’era ancora il
Rock. Sono stati anni ricchi dal punto di vista culturale ed artistico.
Sono usciti album storici che ci accompagneranno per sempre. Penso al
black album dei Metallica, a Ten dei Pearl Jam, a Collie and the
Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins o, in Italia, a Catartica dei
Marlene Kuntz, Hai Paura del Buio? degli Afterhours ma anche ad Anime
Salve di Fabrizio De André, un capolavoro assoluto che non ammette
repliche. Erano gli anni di Jack Frusciante è Uscito dal Gruppo e non
di Tre Metri Sopra il Cielo. Erano gli anni di tutto questo ma,
soprattutto, gli anni della mia adolescenza e, fossero anche stati gli
anni più stupidi di sempre, li avrei comunque difesi con tutte le mie
forze.
Oltre
che scrittore sei un “silente cantautore”. La musica irrompe con
forza nelle tue pagine al punto da inserirsi di diritto nella rosa dei
protagonisti. La tua narrazione è costantemente arricchita di citazioni
musicali che spaziano da De Andrè agli Afterhours. Cosa rappresenta per
te la musica? Quale il suo legame con la scrittura?
Per me esiste l’arte. La musica, la scrittura, la pittura e la
scultura sono solo alcune delle sue incantevoli espressioni. Gli artisti
mirano sempre alla bellezza delle cose e, seguendo ognuno il proprio
istinto, le reinterpretano riproponendocele nelle più svariate forme.
Io sogno un disco, sogno un film, sogno un libro bellissimo. E l’arte
un sogno lo regala sempre.
Come
su un solco di Morrison Hotel ci racconta di solitudine, dolore, morte
eppure è un inno alla vita. Cristiano non soccombe alle delusioni ma
reagisce in modo costruttivo e, infine, veicola un messaggio carico di
speranza. A tuo parere, la letteratura può essere uno strumento
efficace al fine di riflettere le problematiche del nostro presente e
suggerire possibili vie d’uscita?
L’arte forse non potrà cambiare il mondo ma può cambiare una
persona. A me è successo. Tanto vale imbottirla di speranze
incorruttibili …
A
pag. 81 leggiamo: “Il passato è sempre poetico: tutti si lamentano
del tempo che passa ma mai nessuno si accorge della magia che esso
forgia”. Qual è il tuo rapporto con il passato? La scrittura, in
qualche modo, ha il potere di fermare il tempo?
La mia è una sorta di nostalgia a “breve termine”. Da sempre sento
un lieto e malinconico nodo alla gola quando ripenso alle cose belle di
pochi anni, o anche pochi mesi, prima: un concerto, una vacanza, una
semplice gita fuori porta. In realtà mi mancano poco o niente gli anni
dell’adolescenza. Credo che quei giorni siano solo un pretesto per
farci un romanzo leggero o una canzonetta, niente di più. La rincorsa
alla ricerca di qualcosa che possa fermare il tempo la lascio agli
scienziati pazzi.
La scrittura, d’altro canto, non ferma nulla ma eterna tutto.
Parliamo
di Giordano lettore. Ci sono degli autori che hanno segnato la tua
formazione, ai quali ti ispiri o che senti particolarmente vicini al tuo
modo di scrivere?
Sembrerà assurdo ma, pur avendo scritto tre romanzi (l’ultimo, 1000
Anni Con Elide, uscirà a fine febbraio 2010) pieni di Rock, parolacce e
jeans strappati, i miei punti di riferimento resteranno per sempre
quegli artisti che, ognuno a modo loro, hanno regalato sogni fantastici
ai bambini di ogni età: penso a Walt Disney, a Gianni Rodari, ai
Fratelli Grimm, a Guido Gozzano, a Andersen, a Jules Verne.
L’autore dal quale cerco di apprendere di più è, almeno in questo
periodo, Leonardo Sciascia. La sua è la scrittura più perfetta,
semplice e divina che abbia mai incontrato.
Ancora, romanzi come Frankenstein, Cristo si è Fermato a Eboli, La
Svastica sul Sole, Il Sentiero dei Nidi di Ragno, Il Monaco e autori
come Edgar Alla Poe, Charles Bukowski, Italo Svevo e Iginio Ugo
Tarchetti mi hanno regalato avventure indescrivibili. È ovvio quindi
che i loro grandi viaggi abbiano influenzato anche i miei piccoli
percorsi.
Da
autore emergente, cosa puoi dirci della tua esperienza nel mondo
dell’editoria? Quali le maggiori difficoltà con cui hai dovuto
confrontarti, quali le soddisfazioni?
È un brutto mondo, purtroppo.
Le piccole Case Editrici fondamentalmente si dividono in due categorie:
quelle a pagamento che chiedono agli scrittori 2000-3000 € per la
pubblicazione di un libro che nessuno leggerà mai e quelle che non
chiedono niente ma che poi, all’atto pratico, gli vendono 100-150
copie a prezzo pieno o leggermente scontate, acquisendo quasi sempre i
diritti dell’opera per vent’anni e forse più.
Per me questi editori sono deplorevoli sanguisughe e, se esiste una
nemesi storica, e io ci credo, prima o poi sconteranno tutto il dolore
che hanno inflitto ai poveri artisti e alle loro speranze cristalline.
L’uomo è artefice del proprio destino e, per il momento, noi dobbiamo
credere ardentemente nei nostri sogni, diffonderli con tutte le nostre
forze e lottare, lottare, lottare.
Cito
da pag. 103: “Rimasi a guardare le stelle sperando profondamente che
qualcuna si staccasse dal soffitto per esprimere un desiderio”.
Immaginiamo che una stella venga giù adesso, qual è il desiderio di
Giordano?
Vivere di arte e non necessariamente con l’arte.
Fonte:
BraviAutori.Com
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